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Il primo lavoro: perché i primi mesi sono più duri di quanto nessuno dica

Si passa dall’essere bravi a qualcosa all’essere principianti in qualcos’altro. E stavolta non c’è un voto a dire come sta andando.

L’ingresso nel primo lavoro comporta un cambiamento di contesto più profondo di quanto venga di solito riconosciuto, e produce regolarmente una fase di disorientamento che molti vivono come un fallimento personale.

Ci sono ragioni strutturali per cui accade, e conoscerle riduce la quota di quel disagio che deriva dal ritenersi gli unici.

Spariscono i criteri espliciti

Il percorso di studi fornisce un sistema di valutazione chiaro: programmi definiti, prove, voti, scadenze note. Ogni due mesi si sa esattamente come si sta andando.

Nel lavoro quel sistema non c’è. I criteri sono impliciti, il feedback è irregolare e spesso arriva solo quando qualcosa non va. Per chi si è orientato per vent’anni su un sistema esplicito, l’assenza di riscontro viene interpretata per default come riscontro negativo.

La competenza non trasferisce subito

Sapere una materia e saper fare un lavoro in quella materia sono cose diverse, e la distanza fra le due sorprende quasi tutti. Nei primi mesi si è lenti in compiti che i colleghi svolgono in pochi minuti, e la lentezza viene letta come mancanza di capacità.

È un tempo di apprendimento fisiologico. Chi vi sta intorno lo sa; chi lo sta vivendo, quasi sempre, no.

Cosa è normale nei primi mesi

Alcune esperienze sono talmente diffuse da essere praticamente la regola.

  • Stanchezza sproporzionata rispetto al carico effettivo
  • Difficoltà a valutare se si sta lavorando bene
  • Timore di fare domande per non sembrare impreparati
  • Sensazione di essere stati assunti per errore
  • Fatica a staccare la sera, anche senza lavoro arretrato

Cosa aiuta

Chiedere feedback esplicitamente, perché in assenza di richiesta non arriva; fare domande presto, perché il costo di una domanda è sempre inferiore a quello di un errore evitabile; e distinguere le attese che vi ponete voi da quelle che vi pone effettivamente l’organizzazione, che quasi sempre sono più basse.

Vale anche la pena tenere traccia di cosa si sapeva fare all’inizio: dopo sei mesi il progresso è evidente solo se lo si è annotato.

Quando non è solo adattamento

Se dopo diversi mesi l’ansia non si è ridotta, se compaiono sintomi fisici stabili, se la domenica sera è diventata sistematicamente difficile, o se state evitando compiti o interazioni.

Un adattamento fisiologico migliora nel tempo. Quello che peggiora o resta fermo è un altro tipo di situazione, e affrontarla presto è molto più semplice.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.