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Procrastinazione: non è pigrizia, ed è per questo che la disciplina non basta

Si rimanda più spesso ciò che si teme di sbagliare che ciò che annoia. È un problema di regolazione delle emozioni, non di agenda.

La procrastinazione viene trattata come un difetto di carattere o un problema di organizzazione. La ricerca sul tema la descrive diversamente: come una strategia di regolazione delle emozioni a breve termine.

La differenza non è accademica, perché spiega perché i metodi di produttività funzionano per qualche giorno e poi smettono.

Cosa si evita davvero

Rimandando un compito non si evita il compito: si evita l’emozione che quel compito suscita. Ansia da valutazione, paura di scoprire di non esserne capaci, noia, senso di inadeguatezza, confusione su come iniziare.

Il sollievo immediato è reale e il costo arriva più tardi. È esattamente la struttura di ogni comportamento che si rinforza da solo, ed è il motivo per cui aumenta anziché ridursi con la ripetizione.

Il legame con il perfezionismo

Gran parte di chi procrastina in modo problematico non è indifferente al risultato: ci tiene troppo. Se lo standard interno è irraggiungibile, iniziare significa avvicinarsi al momento in cui si constaterà di non averlo raggiunto.

Non iniziare protegge quello standard: finché il lavoro non esiste, non può essere giudicato inadeguato. È una protezione costosa, e produce la spirale per cui più conta un compito, più si rimanda.

Perché la disciplina non basta

Le strategie che puntano solo sulla forza di volontà chiedono di sopportare l’emozione senza fare nulla per ridurla. Funzionano finché la riserva regge, poi cedono, e il cedimento produce senso di colpa che alimenta il ciclo successivo.

Quello che funziona meglio agisce su due fronti: rendere il primo passo talmente piccolo da non attivare l’emozione, e ridurre l’ostilità verso sé stessi quando si è rimandato, che è controintuitivo ma è fra i risultati più replicati in letteratura.

Cosa provare

Strategie concrete, in ordine di efficacia riportata.

  • Definire il primo passo in modo ridicolmente piccolo: aprire il file, scrivere il titolo
  • Fissare quando e dove, non solo cosa: un’intenzione con un contesto viene eseguita più spesso
  • Lavorare per intervalli brevi e definiti, con la possibilità esplicita di smettere
  • Separare la fase di produzione da quella di revisione, per disinnescare il perfezionismo
  • Smettere di rimproverarsi per aver rimandato: il rimprovero aumenta la procrastinazione successiva

Quando è il caso di parlarne

Quando sta producendo conseguenze reali su lavoro, studio o salute, quando riguarda anche cose importanti e non rimandabili come visite mediche o scadenze fiscali, o quando è accompagnata da ansia significativa.

In quei casi non è una questione di metodo, e continuare a cercare il metodo giusto è a sua volta una forma di rinvio.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.