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Rientro dalla maternità: cosa nessuno prepara

Il problema raramente è l’orario. È tornare in un ruolo che nel frattempo qualcuno ha riempito, con un’identità che nel frattempo è cambiata.

Il rientro dopo un congedo di maternità viene gestito dalle aziende quasi esclusivamente come una questione di orari, permessi e allattamento. Sono aspetti reali e regolati, e non sono quelli che rendono difficile il rientro.

Quello che pesa di più è meno visibile e non ha una procedura.

Il ruolo che è stato riempito

In mesi di assenza il lavoro è stato ridistribuito, qualcuno lo ha fatto e in molti casi lo ha fatto bene. Il rientro comporta quindi una rinegoziazione implicita che quasi mai viene affrontata esplicitamente.

Nella pratica succede spesso che alla persona vengano restituite mansioni ridotte, con l’intenzione dichiarata di non sovraccaricarla. È una scelta fatta in buona fede e viene percepita, quasi sempre, come una retrocessione.

Il doppio giudizio

Chi rientra si muove in uno spazio in cui entrambe le direzioni sono esposte a critica: chi riprende con intensità piena viene letta come poco presente a casa, chi usa le tutele previste come poco impegnata al lavoro.

Questa posizione, indipendentemente dalle scelte individuali, produce un carico costante di monitoraggio di sé che consuma risorse cognitive in modo continuo. Non è percezione: è una struttura sociale che agisce anche in organizzazioni con politiche esplicitamente favorevoli.

Il carico cognitivo che non si vede

Al lavoro retribuito si somma, nella maggior parte dei casi in modo asimmetrico, la gestione organizzativa della vita familiare: appuntamenti, scadenze, imprevisti, coordinamento.

È un lavoro di pianificazione continua che non compare in nessun calendario e che riduce la disponibilità mentale per il resto. Chiamarlo per nome, anche solo in famiglia, è il primo passo per ridistribuirlo.

Cosa dovrebbe fare l’organizzazione

Le misure che funzionano sono concrete e poco costose, e nessuna riguarda gli orari.

  • Un colloquio prima del rientro su cosa è cambiato e su cosa la persona vuole fare
  • Restituzione piena del ruolo, salvo diversa richiesta esplicita della persona
  • Aggiornamento strutturato su decisioni e progetti dei mesi di assenza
  • Punti di verifica ravvicinati nei primi due mesi
  • Flessibilità reale, applicata anche a chi ha responsabilità

Quando parlarne con un professionista

Se il tono dell’umore resta basso in modo persistente, se compare ansia marcata legata alla separazione o alla prestazione lavorativa, o se la sensazione di inadeguatezza è costante su entrambi i fronti.

Va inoltre ricordato che la depressione post partum può manifestarsi anche molti mesi dopo il parto, e che il rientro al lavoro è uno dei momenti in cui emerge più frequentemente.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.