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Il rientro dopo un’assenza lunga: il momento che quasi nessuno gestisce

Si investe molto nell’inserimento di chi arriva e quasi niente nel rientro di chi torna. Eppure è il momento con il rischio di ricaduta più alto.

Le organizzazioni hanno di solito un processo di onboarding curato per i nuovi assunti e nessun processo per chi rientra dopo mesi di assenza. Eppure la seconda situazione è più delicata della prima.

Chi rientra da una malattia lunga, da un congedo o da un evento critico torna in un posto che nel frattempo è cambiato, con un ruolo che potrebbe essere stato ridistribuito, e portandosi dietro la preoccupazione concreta di non essere più all’altezza.

Cosa fare prima del rientro

Il contatto nelle settimane precedenti, se la persona lo desidera, riduce sensibilmente l’ansia del primo giorno. Deve essere un contatto sulla logistica, non sulla salute: cosa è cambiato, chi c’è di nuovo, su cosa sta lavorando il team.

La domanda giusta da fare è se preferisce che ai colleghi venga detto qualcosa e cosa. La decisione spetta interamente a lei, e chiederlo prima evita che qualcuno improvvisi un annuncio il primo giorno.

Il primo giorno

Gli errori più comuni sono due e sono opposti: trattare il rientro come se nulla fosse successo, e trattarlo come un evento eccezionale con attenzioni che mettono a disagio.

La via praticabile sta in mezzo: un colloquio breve con il responsabile, il quadro di cosa è cambiato, un carico ridotto per il primo periodo e un punto di verifica fissato in calendario. Concretezza, non sollecitudine.

Le settimane successive

La ricaduta, quando arriva, arriva di solito fra la quarta e l’ottava settimana, quando l’attenzione iniziale si è esaurita e il carico è tornato pieno mentre le energie non lo sono ancora.

Per questo un solo colloquio di rientro non basta. Servono punti di verifica ravvicinati nei primi due mesi, brevi e sul lavoro, con la possibilità concreta di ricalibrare il carico se serve.

Gli errori che fanno più danni

Alcuni comportamenti, pur nati da buone intenzioni, peggiorano sistematicamente la situazione.

  • Chiedere dettagli clinici: non spettano al datore di lavoro
  • Togliere responsabilità senza averne parlato, per proteggere
  • Ricaricare tutto il lavoro arretrato nella prima settimana
  • Escludere dalle decisioni “per non appesantire”
  • Commentare l’assenza davanti ad altri, anche in modo benevolo

Il ruolo del supporto psicologico

Il rientro è uno dei momenti in cui un servizio di supporto ha il rapporto più favorevole fra costo e utilità: l’intervento è circoscritto nel tempo, ha un obiettivo chiaro, e previene una ricaduta che costerebbe mesi.

Perché funzioni deve essere disponibile senza che la persona debba chiederlo all’azienda. Un rientro in cui bisogna domandare all’HR un aiuto psicologico è un rientro in cui quasi nessuno lo chiede.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.