Blog

Il ritorno di un programma di benessere mentale: cosa si può misurare e cosa no

Circolano moltiplicatori molto generosi e poco verificabili. Le cose davvero misurabili sono meno spettacolari, e molto più difendibili in un consiglio di amministrazione.

Chiunque debba far approvare un budget per un programma di benessere mentale si trova davanti allo stesso problema: gli servono numeri, e i numeri che trova in giro sono in gran parte inutilizzabili in una discussione seria.

Vale la pena distinguere tre categorie: le stime macro di fonte istituzionale, gli indicatori interni che potete misurare voi, e i moltiplicatori di marketing che è meglio non portare in consiglio.

Le stime istituzionali

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel policy brief “Mental health at work” del 2022, stimano in circa dodici miliardi le giornate lavorative perse ogni anno nel mondo per depressione e disturbi d’ansia, e in circa mille miliardi di dollari il corrispondente costo annuo di produttività.

L’OMS riporta inoltre, sulla base del lavoro di Chisholm e colleghi pubblicato su The Lancet Psychiatry nel 2016, un ritorno stimato di circa quattro a uno per ogni unità investita nel trattamento dei disturbi mentali comuni, considerando salute recuperata e produttività.

Sono cifre utili per inquadrare l’ordine di grandezza del problema. Non sono cifre che potete applicare alla vostra azienda: sono stime globali costruite su assunzioni che il vostro contesto quasi certamente non rispetta.

Gli indicatori che potete misurare davvero

Questi sono i dati che avete già e che, letti prima e dopo l’attivazione e disaggregati per unità, dicono qualcosa di reale.

  • Tasso di assenza per malattia, e in particolare le assenze brevi ripetute
  • Turnover volontario, disaggregato per reparto e per responsabile
  • Costo di sostituzione delle figure uscite nel periodo
  • Tasso di utilizzo del servizio, che è il primo indicatore di efficacia
  • Esiti dei questionari di autovalutazione ripetuti nel tempo
  • Partecipazione a iniziative interne su base volontaria

Il tasso di utilizzo viene prima di tutto

Prima di chiedersi se il programma ha prodotto effetti, bisogna verificare che sia stato usato. Un servizio con un utilizzo del due per cento non ha prodotto alcun effetto misurabile, e qualunque variazione osservata nelle assenze ha altre cause.

È anche l’indicatore che dice se il problema è il servizio o la sua comunicazione. Un tasso basso con soddisfazione alta fra chi l’ha usato indica un problema di accesso, non di qualità.

Perché la misurazione è metodologicamente difficile

Attribuire una variazione dell’assenteismo a un programma di benessere richiede di escludere tutto il resto: stagionalità, cambiamenti organizzativi, andamento del settore, composizione dell’organico. Senza un gruppo di controllo, l’attribuzione resta un’ipotesi.

Questo non significa che non valga la pena misurare. Significa che chi vi promette un ritorno certificato calcolato sulla vostra azienda vi sta vendendo una precisione che non esiste.

Cosa portare in consiglio

La linea difendibile è: il costo del problema è documentato da fonti istituzionali, il costo del nostro turnover e delle nostre assenze lo conosciamo, il tasso di utilizzo del servizio lo misureremo mese per mese, e rivedremo il programma su quei dati.

È meno spettacolare di un moltiplicatore, e regge a una domanda difficile. La seconda qualità vale più della prima.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.