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Depressione e lavoro: cosa cambia, e perché non è tristezza

Il sintomo che più spesso viene scambiato per pigrizia è l’anedonia: smettere di provare piacere per quello che prima piaceva.

La depressione è una delle condizioni più diffuse e una delle più fraintese, perché il termine viene usato nel linguaggio comune per indicare un cattivo umore passeggero. La condizione clinica è un’altra cosa, e la differenza non è di intensità ma di persistenza, durata e impatto sul funzionamento.

Sul lavoro produce effetti specifici che vengono quasi sempre letti come problemi di atteggiamento.

Cosa la distingue da un periodo difficile

Un periodo difficile ha una causa identificabile, oscilla con gli eventi e migliora con il riposo o quando la causa cessa. Un episodio depressivo tende a essere persistente, presente quasi tutti i giorni per gran parte della giornata, e non si solleva in risposta a eventi positivi.

La soglia temporale usata nei principali sistemi diagnostici è di almeno due settimane continuative, ma il criterio che conta di più nella pratica è un altro: la compromissione del funzionamento quotidiano.

L’anedonia è il sintomo che confonde tutti

Non è tristezza: è la perdita di interesse e di piacere per attività che prima ne davano. La persona non smette di poter fare le cose, smette di sentirne il senso.

In azienda questo viene letto come demotivazione o disimpegno, e trattato di conseguenza. È probabilmente l’errore interpretativo più costoso che un’organizzazione possa fare, perché la risposta disciplinare a un sintomo clinico lo aggrava in modo prevedibile.

Cosa succede alle capacità cognitive

La depressione incide su funzioni che il lavoro richiede continuamente: concentrazione sostenuta, memoria di lavoro, velocità di elaborazione, capacità di decidere.

Una persona in episodio depressivo che impiega il doppio del tempo per un compito che prima svolgeva agevolmente non sta rendendo meno per scelta. È il motivo per cui l’esortazione a impegnarsi di più non produce alcun effetto se non un peggioramento del senso di colpa, che è già un sintomo.

Cosa può fare l’organizzazione

Poco, dal punto di vista clinico, e molto dal punto di vista delle condizioni. Le leve che contano sono concrete.

  • Riconoscere l’assenza per motivi psicologici come legittima quanto quella fisica
  • Garantire accesso rapido a un professionista senza passare dall’azienda
  • Ricalibrare temporaneamente il carico, dopo averne parlato con la persona
  • Gestire il rientro con punti di verifica ravvicinati
  • Non usare in valutazione ciò che si è appreso in un colloquio personale

Un punto sulla sicurezza

Se compaiono pensieri di farsi del male o di non voler più esserci, non è un tema da rimandare al prossimo appuntamento disponibile. Sono situazioni che richiedono un contatto immediato con un professionista, il medico di base o i servizi di emergenza.

Questo articolo descrive una condizione; non sostituisce in alcun modo una valutazione clinica.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.